Ieri sera, qui ma solo qui, è piovuto. Un temporale di passaggio, troppo limitato per essere altro che un simbolo, un presagio che quest’estate infernale sta inesorabilmente per concludersi. Fra gli tanti incendi che hanno devastato Italia (e non solo) in poche settimane di caldo folle e di follia, c’è quello del Morrone, la “mia” montagna. Per fortuna (se di fortuna si può parlare in un momento così), le fiamme non sono riuscite (e con fiato sospeso aggiungo “finora”) a valicare la cresta per scendere nella valle dell’Orta che separa il Morrone dalla Majella, cuore del Parco Nazionale, ma sull’altro versante (quello verso l’ovest per intenderci) e lungo il crinale, il fuoco che brucia ormai da 13 giorni ha risparmiato ben poco.
Dicono che nessuno ne parla. A me invece sembra che se ne parla fin troppo. Ipotesi contro ipotesi, recriminazioni contro recriminazioni, accuse, controaccuse, strumentalizzazioni, informazione che si mescola e si confonde con disinformazione.
Si parla di un complotto, di un disegno unico, della criminalità organizzata. Può essere. Tutto può essere. Ma anche no, rifletto fra me e me mentre cammino nel bosco, passo dopo passo sulle foglie secche cadute prima del tempo dagli alberi logorati dagli eventi meteorologici estremi di questi ultimi anni. Troppo di questo, troppo di quell’altro, poi bastano il caldo, la siccità e una manciata di pazzi esaltati, ognuno con le sue proprie frustrazioni, le sue vendette personali, le sue voglie di protagonismo. Tutto in un contesto dove la natura è considerata merce spendibile, palestra e palcoscenico, roba di mercanzia e di ricatto.
Scrivo, sia chiaro, solo per sfogarmi, essendo ben consapevole dell’inutilità delle mie parole. Per il resto, aspetto.