Una questione di punto di vista


Vedi, tutto dipende da quale parte stai. Posso urlare quanto voglio… la fine della terra, ecco dove sono, e voi, care le mie onde, dovete rimanere dalla vostra parte, quella bagnata, quella salata. Qui non dovete proprio venire. E se lo fate, non mi piangete la vostra schiuma addosso quando vi infrangete su questa bella roccia che ho sotto i piedi miei. Ecco, è così che stanno le cose. Ma loro sono avverse ai ragionamenti terrestri ed insistono ad andare e a tornare rimanendo sempre ferme che a pensarci già la testa mi scoppia. Ma che fine della terra urlano (e le onde sanno pure urlare ben bene quando vogliono)! E’ qui la fine del mare. Ed altro che infrangerci, quelle belle rocce le riduciamo in briciole e in frantumi. Continuate pure, rispondo io togliendo le fronde di posidonia dai capelli inzuppati. Perché da tutto quell’infrangersi e quel frantumarsi sapete che ne esce? Esce la sabbia, le dune, poi il suolo con la sua fertilità… e non si spreca niente. E’ tutta una questione di punto di vista.


Putrefazione… o vita?


Le gocce di pioggia si aggrappano ai fili dei ricordi, scivolano nelle pozzanghere della memoria, scorrono lungo la pelle della terra e si infilano nei pori. La terra ringrazia e rovista fra le foglie secche per i suoi profumi migliori. Umori di seta, di spezie, di cotiledoni agitati, tegumenti squarciati. Voi lo chiamate putrefazione. Io lo chiamo semplicemente vita.


Verso la luce


Il coraggio di volare verso la luce… a prescindere.


Zingara di mare


Posso essere molte cose, perché sono molte cose. Ma scava, scava ed è sempre lei che esce. La zingara di mare con i piedi nudi e la pelle salata.


Rotte in parallelo


La vita è così a volte. Si passa di qua, si passa di là. Senso e contro-senso. Rotte in parallelo che alla faccia di ogni logica matematica si intersecano in un mare di riverberi. Un movimento involontario, colpo del vento, colpo delle onde. Rotte in parallelo che si allontanano e si riallineano alla loro distanza preordinata. Piegandosi alla rifrazione, un gioco di luce. E il sole imperturbato continua il suo percorso intorno alla Terra… o non era forse l’opposto?


La sterzata


Eh beh, è più facile per lui. Quando la vita fa una sterzata repentina, imprevista quanto imprevedibile, basta fare una sistematina delle penne remiganti, una aggiustata dell’assetto alare e via. Per noi creature delle vie terrestri, è un po’ più complicato. I piedi, anche quando non di piombo, sono più refrattari a lasciare i sentieri conosciuti. Ma eccoci qua (o meglio, eccomi qua), tracciando nuovi percorsi fra macchia e mare, frugando fra le onde per perle di saggezza spesso impopolari. Per volare, devo ancora studiare le rotte di decollo.


Brucia il Morrone

Ieri sera, qui ma solo qui, è piovuto. Un temporale di passaggio, troppo limitato per essere altro che un simbolo, un presagio che quest’estate infernale sta inesorabilmente per concludersi. Fra gli tanti incendi che hanno devastato Italia (e non solo) in poche settimane di caldo folle e di follia, c’è quello del Morrone, la “mia” montagna. Per fortuna (se di fortuna si può parlare in un momento così), le fiamme non sono riuscite (e con fiato sospeso aggiungo “finora”) a valicare la cresta per scendere nella valle dell’Orta che separa il Morrone dalla Majella, cuore del Parco Nazionale, ma sull’altro versante (quello verso l’ovest per intenderci) e lungo il crinale, il fuoco che brucia ormai da 13 giorni ha risparmiato ben poco.
Dicono che nessuno ne parla. A me invece sembra che se ne parla fin troppo. Ipotesi contro ipotesi, recriminazioni contro recriminazioni, accuse, controaccuse, strumentalizzazioni, informazione che si mescola e si confonde con disinformazione.
Si parla di un complotto, di un disegno unico, della criminalità organizzata. Può essere. Tutto può essere. Ma anche no, rifletto fra me e me mentre cammino nel bosco, passo dopo passo sulle foglie secche cadute prima del tempo dagli alberi logorati dagli eventi meteorologici estremi di questi ultimi anni. Troppo di questo, troppo di quell’altro, poi bastano il caldo, la siccità e una manciata di pazzi esaltati, ognuno con le sue proprie frustrazioni, le sue vendette personali, le sue voglie di protagonismo. Tutto in un contesto dove la natura è considerata merce spendibile, palestra e palcoscenico, roba di mercanzia e di ricatto.
Scrivo, sia chiaro, solo per sfogarmi, essendo ben consapevole dell’inutilità delle mie parole. Per il resto, aspetto.


Return from greatness

Orchis morio Majella
Back behind the screen after two days away in the company of some of the Greats (with a capital “G”) of nature conservation in Italy. Just a few metres above me is a stubborn layer of dripping cloud and some of it has seeped into my head. Spring drizzle, warm and dark. It is from this that light will come, light and the growing of green things and flowers. And me? What about me? I have an urgent need to dance rock and roll barefoot to the canned music in a supermarket aisle between the frozen ready meals and canned peaches. I’m off now to have a word with the sodden stratus to see if together we can’t whip up a cumulonimbus worthy of the name.


Attenti che pungo!

Se fossi una di “quelli” fotografi della natura, presenterei questa foto con qualcosa tipo: guardate che carina l’apetta biondina pelosetta e coccolosa che fa “ciao” con le zampettine. Invece, vi presento Anthophora plumipes (famiglia Apidae) in atteggiamento difensivo/aggressivo, chiaramente infastidita dall’attenzione troppo invasiva della fotografa. Insomma, più che “ciao” con la manina, il messaggio è: statemi lontani che pungo una meraviglia. Un po’ come me in questi giorni di cosiddetta “festa”.


Before dawn


I love these moments before dawn. Waiting. As the roe-deer and wild boar slip away into the woods, just me and the birds, early risers staking our claim on the day. The tingle in your skin tells you anything could happen, although that spoilsport left hemisphere tells you it won’t. But it could, it could. Good morning day, shall we be off?