Cacciatori e preda

Prevaricazione, incertezza, confusione. Abruzzo rosso, arancione, rosso, arancione, cambi repentini di colore della regione lampeggiante del malgoverno. Poi arancione stabile e le porte si aprono sul blu, verde e oro antico di metà dicembre fra i cumuli di roccia, boscaglia e campi abbandonati delle medie quote abruzzesi. Sono luoghi che amo, lontani dal richiamo turistico delle alte vette, distanti dal “rural chic” dei “borghi autentici”. Territori dinamici con la natura che torna per riprendere i suoi spazi, goccia dopo brulicante goccia. Solo che oggi non è soltanto la natura che torna… un cane abbaia, un altro, poi sull’orizzonte il rosso fluo dei gilet “non mi sparate”. Ed eccoci qua, diretti dritti verso un branco di cinghialai sguinzagliati anche loro dalla nuova ordinanza. Ma io non ci sto. Fugo, come avrebbe fatto qualsiasi altro animale selvatico. Torno indietro, cerco di scendere verso la falsa sicurezza di sentieri conosciuti, Scivolo, inciampo, scivolo di nuovo… sono poche centinaia di metri ma la boscaglia me si chiude intorno. Spine, rami intrecciati. Una barriera impenetrabile, ma la devo penetrare, perché ora mi accorgo che i gilet fluo sono anche qui, a poche decine di metri, fischi, urli… i cani abbaiano… e penso… se ora fossi diventata io la preda? Il fiato se n’è andato da un bel po’, il cuore saltella e mi sanguinano le mani. Mi fermo in bel mezzo di un boschetto spinoso, fitto abbastanza di chiudere il cielo. E’ da pazza, sono ridicola, ne sono ben consapevole. Meglio uscire alla scoperta, camminare senza badarci. Invece mi siedo sui rami attorcigliati, metto il cellulare sul silenzioso, quasi smetto di respirare. Aspetto. La preda per davvero. L’eterna braccata. Le voci si allontanano. I cani non abbaiano più. Faccio parte del silenzio innaturale che prende il loro posto. Ancora aspetto. Un scricciolo si rimette a cantare. Il tempo torna a scorrere. Ed io, pian piano, inizio a sentirmi di nuovo abitante del mio spazio.
Ecco perché so l’impatto della caccia sugli ecosistemi. Non con la testa, ma nelle viscere; non con la ragione, ma con l’empatia. Perché le vittime non sono solo i pochi animali uccisi. Non è quello il suo impatto primario e più deleterio. Per chi sa ascoltare e vuole comprendere, sta tutto lì nel silenzio che scende su tutto l’ecosistema, nell’immobilità della paura. La vita si blocca, aspetta, poi si riprende un po’ più povera di prima.